giovedì, agosto 04, 2005

Rumori

Stamattina ero da sola nell’ufficio del mio principale a vestire e spogliare il manichino per fare le foto ai capi della collezione estiva del prossimo anno. Così assorta, nei movimenti ripetitivi e meccanici ho isolato un suono familiare che proveniva dal laboratorio al piano di sotto… il rumore di una macchina da cucire e più precisamente quello di una taglia e cuci che mi ha riportato all’infanzia, a quando mia madre lavorava in casa, notte e giorno, perché le spese erano tante con due figli e mio padre, operaio, era in cassa integrazione. Era sempre curva su quella macchina, sempre nervosa ed arrabbiata e triste perché non poteva essere la donna e la madre che avrebbe voluto. Mi riprendeva sempre perché avrebbe voluto che l’aiutassi nelle faccende di casa, che era sempre un disastro perché non aveva il tempo e la forza di rimediare a tutto. Io mi sentivo incompresa ed abbandonata. Non ero capace di fare quel che mi chiedeva perché lo pretendeva e mi rimproverava continuamente. Non aveva lo stesso atteggiamento con mio fratello, maschio, che tutto quello che faceva di buono era buono e quel che faceva di sbagliato era perdonato. Quel che facevo di buono io non era mai abbastanza e quel che sbagliavo diventava una voragine che ingoiava qualsiasi merito. Guardo alla mia infanzia con gli occhi di una adulta, forse non del tutto obiettivi, ma ci provo…
9 aprile 1974
Eppure ero una bella bambina sana, intelligente e sensibilissima. Sempre attiva e a volte solitaria persa nelle mie fantasie e nelle mie mille domande. Molto creativa e curiosa. Ero molto brava a scuola, riuscivo a tener testa agli adulti nelle conversazioni, seppur con l’innocenza di una bimba. Gli argomenti che attiravano la mia attenzione erano gli stessi di oggi. Ero già io. Mentre mio fratello è sempre stato una peste, ha sempre rotto tutto quello che gli capitava fra le mani, ha sempre fatto dispetti anche piuttosto gravi agli adulti, a scuola non combinava nulla, era distratto e litigioso. E’ stato bocciato diverse volte, gli hanno dovuto mettere l’insegnante di sostegno.
La mente di una bambina non riesce a comprendere il motivo di una così evidente differenza di rapporto. Ho sentito chiaramente che la mia unica colpa, irrimediabile, era quella di essere FEMMINA. Nonostante questo non ho mai rinnegato la mia femminilità. Non è stata questa la mia reazione. L’ho sentita e vissuta come un’ingiustizia ed ho fatto della mia vita una rivendicazione del diritto di essere FEMMINA. Forse sono riuscita a perdonare almeno un po’ mia madre… che infondo è sempre stata orgogliosa di me. Lei ha sicuramente subito lo stesso atteggiamento da bambina, anzi… probabilmente l’attacco al suo diritto di esser femmililmente un individuo è stato molto più feroce ed ha inevitabilmente assorbito gran parte di quella cultura stupida, inutile, deleteria. Mi ha cresciuta come poteva e come sapeva. E forse, se non fossi stata costretta a farlo, non avrei cercato di comprendere i doni che noi donne ci portiamo dentro.

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